
A che serve la meditazione?
Di Solito scimmiottando i monaci zen si dice che non serve a niente, anzi che non deve servire a niente, ma una finalità la dovrà pure avere, altrimenti tutti coloro che si iscrivono ad un corso di meditazione, o acquistano un manuale di meditazione dovrebbero essere dei deficienti.
Se spilucchiamo un po' trai testi di yoga, Yoga Sūtra ad esempio, si scopre che per meditare bisogna purificare una roba detta चित्त citta, oppure che meditare è lo stato in cui चित्त citta è purificata.
Viene da pensare che per sapere a che serve la meditazione, dovremo scoprire innanzitutto cosa significa citta.
Usualmente viene tradotto con "mente" ma non sarebbe errato tradurlo con “scopo”, “desiderio”, “intelligenza”, “conoscenza”, “cuore”, “memoria” ecc.
Si potrebbe dire che Citta è l'insieme delle facoltà che chiamiamo pensare, volere, sentire...
La parola cittacaura (si pronuncia cittaciaur) nel linguaggio comune significa "amante", anzi è l'amata/o, inteso come "ladro (caura) del cuore (citta)".
Se mi innamoro il “citta”, viene rapito completamente dall'amata/o.
In altre parole tutte le mie energie sono concentrate sull'oggetto del mio amore.
A questo punto, dato che la “Meditazione” è uno stato collegato alla "purificazione di citta" possiamo dire che concentrare citta, ovvero l’insieme delle nostre, chiamiamole così, “energie interiori” su un oggetto “non è meditazione”.
Ovvero se mi concentro su un punto, un disegno, una statua, un mantra, un processo fisico (come la respirazione, ad esempio) non sto meditando, mi sto "concentrando".
La concentrazione nello yoga potrebbe essere definitaधारणा dhāraṇā, che potrebbe essere considerata una tecnica che "precede la meditazione".
Se mi "concentro" proietto all'esterno o all’interno del mio corpo fisico tutta la mia attenzione, ovvero tutte le facoltà che abbiamo chiamato pensare, volere, sentire ecc.
Meditare deve, per forza di cose, essere qualcosa che NON HA a che fare con la proiezione di quelle facoltà.
Adesso che abbiamo definito cosa “non è meditazione”, cerchiamo di capire cosa invece “è meditazione”.
Facciamoci una domanda:
“Qual è quello stato, sperimentabile da tutti noi, in cui, pur essendo vivo e vegeto, non faccio uso delle normali facoltà del pensare, del volere e del sentire?”
Una risposta plausibile è:
il sonno profondo.
Quando dormiamo senza sogni noi non proiettiamo niente, siamo vivi, ma non ne abbiamo coscienza.
E allora per caso, la meditazione non sarà il sonno profondo?
E se così fosse, per quale motivo dovremmo imparare a meditare?
Basterebbe andare a letto. Giusto?
Evidentemente ci deve essere qualcosa in più, ma il sonno profondo può essere una chiave per cominciare a capire cosa si fa quando si medita veramente.
Io dormo.
Sono in camera mia, nel mio letto eppure è come se non ci fossi.
Diciamo che sono contemporaneamente nel letto e da qualche altra parte, di cui non conserverò nessun ricordo quando mi sveglio.
La meditazione è essere in quella "qualche altra parte" da svegli.
A questo punto diamo delle definizioni di virtuale e reale:
- Virtuale, nel senso che ci è utile in questa trattazione, può essere inteso come ciò che è “apparenza fenomenica”, ovvero tutto quello che "ora c'è" e "ora non c'è", quello che cambia nel tempo e nello spazio e può essere interpretato in maniera diversa a seconda del punto di vista.
- Reale possiamo definirlo invece come “ciò che non muta”, ciò che resta costante nel tempo e nello spazio ed ha una valenza oggettiva.
In sostanza possiamo definire-in questo ambito - virtuale tutto ciò che ha coordinate spaziali e temporali ed ha legato da una relazione di dipendenza – principio di causalità o di “causa effetto” - ad altri oggetti o fenomeni.
Per “Reale” –con la R maiuscola - intendiamo ciò che “non è” sottoposto al principio di causalità e non ha coordinate spaziali e temporali.
L’oggetto della meditazione in sostanza è al di là delle categorie di “qualità” e “quantità”, nel senso che non è bello né brutto – definizioni soggettive – non ha lunghezza, né peso né una misurabile durata temporale.
Per capire di cosa stiamo parlando basta vedere gli oggetti come eventi:
- Una sedia di legno è oggettivamente una sedia di legno, ma dieci anni fa era un albero, venti anni fa era un seme e tra cent'anni sarà segatura.
La sedia è una sedia ed è "qui" solo per me che la sto osservando adesso, ma se l'avessi osservata quarant'anni fa sarebbe stata, magari, un albero in Norvegia.
Si tratta di una osservazione banale, ma non priva di logica.
Torniamo adesso al sonno.
Sono stanco, mi addormento, sogno e poi la coscienza se ne va da qualche parte.
Al risveglio "se tutto è andato bene" mi sento riposato e pieno di energie.
Evidentemente è successo qualcosa.
Devo cioè aver attinto energia da "qualche parte", da una "sorgente" di qualche genere.
Possiamo quindi ipotizzare che la meditazione sia un mezzo per attingere coscientemente energia da questa "sorgente" la cui natura sfugge alle normali capacità percettive –sensazioni – e intellettive – inferenza – ma non per questo possiamo considerare inesistente.
Se così fosse bisognerebbe pensare alla possibilità che meditando si debba entrare in un territorio assai strano, senza coordinate di spazio e di tempo, nel quale si trova qualcosa che potremmo definire –per dirla con termini un po’ new age - una sorgente inesauribile, la “Fonte della Vita” o il “guru di tutti i guru”.
Una “sorgente” che, visto che ce ne abbeveriamo ogni volta che entriamo nello stato di sonno profondo, dovrebbe far parte del naturale campo di esperienza – o meglio, di “esistenza” – dell’essere umano.
Ma perché, quindi, dovremmo utilizzare delle tecniche per bere ad una fonte alla quale siamo/saremmo connessi naturalmente?
Evidentemente c'è qualcosa o qualcuno che nelle condizioni ordinarie ci impedisce di bere.
Se ritorniamo un attimo al discorso di “cittacaura”, ladro del cuore, potremmo dire che una delle cose che impediscono di accedere alla Sorgente è il nostro essere "rapiti" dagli oggetti esterni, ovvero dalla realtà – con la r minuscola - “virtuale”.
Il pretendere che questi oggetti virtuali siano “Reali”, ovvero che non dipendano dalle coordinate spazio-temporali, è quello che nello yoga si chiama “attaccamento”.
L'attaccamento ad un oggetto virtuale genera sofferenza per la sua stessa natura.
Un oggetto è un evento e come tale muta forma nel tempo e nello spazio.
Se arrivo a credere che la mia felicità sia legata alla forma dell'oggetto virtuale, non potrò che rimanere deluso.
Ricapitoliamo:
1. Meditare serve a connettersi consapevolmente con la Fonte della Vita alla quale abbiamo- o dovremmo avere - accesso naturalmente durante il sonno profondo;
2. Il territorio in cui si trova la Fonte della Vita non ha coordinate spazio-temporali o, forse, ha coordinate spazio-temporali diverse da quelle ordinarie comprensibili dalla mente;
3. Questo territorio può essere definito Reale mentre ciò che definiamo vita quotidiana Virtuale (nel senso che muta al variare del punto di vista, del tempo e dello spazio);
Adesso rimane solo da chiarire come si fa ad eliminare quel qualcosa o qualcuno che ci impedisce un accesso costante e consapevole alla Fonte della Vita.
Lo yoga propone una serie di metodi: āsana, sequenze, bandha, mantra, mudrā, yantra.
Non so se ciò voglia dire che prima di meditare si debba per forza, che so, imparare a mettersi a testa in giù, ma credo, comunque, sia una indicazione di cui tener conto.
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